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Venerdì 11 aprile | ore 20.30 | Cinema Massimo Torino

MINORITY REPORT, di S. Spielberg   vai alla scheda

 

Sabato 12 aprile | ore 16.00 | Cinema Massimo Torino

UN BACIO APPASSIONATO, di K. Loach   vai alla scheda

 

Sabato 12 aprile | ore 20.30 | Cinema Massimo Torino

RUGGINE, di D. Gaglianone   vai alla scheda

 

 

 


 

 

 

 

venerdì 11 aprile | ore 20.30

MINORITY REPORT, di S. Spielberg

USA, 2002, colore, 139'

Genere: Azione, Fantascienza, Thriller

Regia: Steven Spielberg

Soggetto: Philip K. Dick (da un racconto di)

Fotografia: Giuseppe Ruzzolini

Montaggio: Roberto Perpignani

Sceneggiatura: Scott Frank, jon Cohen

Scenografia: Anne Kuljian

Interpreti: Tom Cruise, Colin Farrell, Samantha Morton,Max von Sydow. Patrick Kilpatrick, Lois Smith, Peter Stormare, Tim Blake Nelson, Steve J. Harris, Kathryn Morris, Mike Binder

Produttore: Jan de Bont, Gerald R. Molen, Walter F. Parkes, Bonnie Curtis

Musiche: John Williams, Paul Haslinger (musiche originali)

 

Nel futuro di Steven Spielberg c’è il cinema. Quello creato con le più sofisticate tecnologie e quello del passato, indietro fino agli esperimenti del muto e del pre-cinema senza i quali nulla esisterebbe. Minority Report è, sopra ogni altra considerazione, una riflessione teorica sulla visione, lo sguardo, il costruire e manipolare immagini. La cornice per tale mirabile lavoro è una storia di fantascienza (tratta da un racconto di Philip K. Dick) ambientata nel 2054. Un futuro abbastanza prossimo e del quale, in riferimento agli strumenti di comunicazione e controllo e fatte le dovute proporzioni, il nostro presente sempre più “liquido” non è del tutto estraneo.

Il film che Spielberg ha realizzato nel 2002, un anno dopo un’altra sua opera che si avventurava nella fantascienza, A.I. - Intelligenza artificiale, è un labirinto temporale dal punto di vista sia narrativo sia visivo. La società descritta vive senza crimini in quanto gli uomini di un dipartimento speciale di polizia hanno il compito di sventare futuri omicidi che esseri umani dotati di preveggenza e trasformati in cavie sono in grado di prevedere. Formalmente, Spielberg lavora questa materia tessendo nelle inquadrature una complessa ragnatela visiva fatta di schermi talmente sottili da risultare trasparenti, di computer e memorie digitali, di dati proiettati e gestiti su pareti invisibili, di fondali che trasmettono filmini familiari o pellicole della Hollywood classica (il cinefilo Spielberg inserisce estratti da La casa di bambù di Samuel Fuller, del 1955, e Il segno di Zorro di Rouben Mamoulian, del 1940). Anche la forma dei materiali è diversa: le visioni dei “precog”, i tre esseri tenuti in uno stato di dormiveglia che possono anticipare il futuro, sono dei flash paragonabili a scariche nervose di qualità instabile, come antichi filmati riportati alla luce; i film del passato si muovono sullo sfondo come ombre, fantasmi in bianconero, mentre in primo piano accadono altre situazioni; la scomparsa del bambino di John, mentre è in piscina con il padre, o l’omicidio della madre della “precog” hanno più vicinanza con l’effetto di un Super8 che con le immagini digitali.

Spielberg fa coesistere questi vari livelli in un film che, oltre a essere di fantascienza, ha il ritmo e la suspence del thriller d’azione (John è in una continua corsa contro il tempo o, meglio, il cronometro, per impedire che i futuri gesti criminali si avverino o per salvare se stesso) e, dentro i codici dei generi, analizza le dinamiche di un potere che, in nome della sicurezza, infrangerebbe, e infrange, qualsiasi regola e etica ma che viene infine smascherato.

Teorica è anche la figura di Tom Cruise nel ruolo principale del poliziotto John Anderton. Quando sta in piedi assemblando sul pannello i file di memoria dei “precog” spostandoli, incasellandoli velocemente e abilmente in cerca di un elemento utile, sembra essere un direttore d’orchestra impegnato a non perdere il controllo di nessun dettaglio, ovvero un regista sul set o in sala di montaggio nei cui occhi la visione del (cinema del) futuro non può esistere senza la memoria del (cinema del) passato.

Giuseppe Gariazzo

 

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sabato 12 aprile | ore 16.00

UN BACIO APPASSIONATO, K. Loach

Gran Bretagna, 2004, colore, 103'

Genere: Drammatico

Regia: Ken Loach

Fotografia: Barry Ackroyd

Montaggio: Jonathan Morris

Sceneggiatura: Paul Laverty

Scenografia: Martin Johnson

Interpreti: Atta Yaqub, Eva Birthistle, Shamshad Akhtar, Ghizala Avan, Shabana Akhtar Bakhsh, Shy Ramsan, Gerard Kelly, John Yule

Costumi: Carole K. Millar

Produttore: Rebecca O'Brien

Musiche: George Fenton

 

Da sempre al centro dei conflitti sociali e, dunque, delle incertezze che gravano sul presente e il futuro dei personaggi e delle comunità narrate, il cinema di Ken Loach si sofferma, in Un bacio appassionato (il titolo originale Ae Fond Kiss… si riferisce a una melodia tradizionale scozzese), sulla descrizione e la complessità delle conseguenze generate da una storia d’amore fra l’anglo-pakistano Casim e l’irlandese Roisin nell’odierna Glasgow multi-etnica e multi-culturale. Con i toni della commedia romantica all’interno della quale si inseriscono situazioni drammatiche, il cineasta inglese realizza un film corale per esplorare il percorso e il desiderio di emancipazione di alcuni personaggi le cui esistenze sarebbero già state scritte da regole sociali e religiose intransigenti e immutabili nel nome della tradizione. E che Casim, la sorella adolescente Tahara e Roisin non accettano rivendicando, a costo di dolorose fratture interiori, un avvenire da costruire giorno per giorno con le loro soggettività.

Quello del confronto-scontro fra inglesi e comunità asiatiche (indiana, pakistana) costituisce dagli anni Ottanta quasi una sorta di sotto-genere della cinematografia britannica e uno dei suoi esponenti più significativi, Ken Loach, lo ha ritratto senza insistere sui toni aspri, bensì disegnandolo con leggerezza, ponendo attenzione alle sfumature dei caratteri con la complicità del fedele sceneggiatore Paul Laverty.

Sono tre, due femminili e una maschile, le figure che devono, e vogliono, affrancarsi. Roisin, insegnante di musica in una scuola cattolica, delle scelte decisive le ha già fatte in un recente passato lievemente evocato dal film in brevi dialoghi (si è sposata a 19 anni e si è separata; non ha più i genitori) e non arretra né di fronte all’arroganza di un prete che le impone codici morali se vorrà ottenere da lui il certificato religioso da presentare a scuola, necessario alla documentazione per il passaggio di ruolo, né alle intimidazioni della famiglia di Casim.

Per Casim e Tahara, invece, sarà meno semplice emanciparsi da una famiglia allargata che, pur vivendo da decenni a Glasgow, continua a ritenere il matrimonio o l’indipendenza delle donne questioni da risolvere all’interno della comunità. Bisogna lottare per essere se stessi e, pur modificandoli, non recidere affetti e relazioni familiari. Loach, a differenza di altre sue opere, fa un film fiducioso, offre uno sguardo positivo sul futuro. I genitori e l’altra sorella Rukhsana dovranno accettare che Casim, unico figlio maschio della famiglia, viva la sua storia d’amore con Roisin e non sposi una ragazza pakistana di cui non è innamorato e che Tahara vada a Edimburgo a studiare giornalismo grazie alla borsa di studio vinta a scuola. D’altronde, la prima scena di Un bacio appassionato (Tahara, in classe e con energia esplosiva, dà una lezione del vivere in una società costruita sulla stratificazione e contaminazione delle identità) già contiene l’inarrestabile movimento in avanti che nessuna imposizione potrà contrastare.

Giuseppe Gariazzo

 

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sabato 12 aprile | ore 20.30

RUGGINE, di D. Gaglianone

Italia, 2011, colore, 109'

Genere: Drammatico

Regia: Daniele Gaglianone

Soggetto: Stefano Massaron

Fotografia: Gherando Gossi

Montaggio: Enrico Giovannone

Sceneggiatura: Giaime Alonge, Daniele Gaglianone, Alessandro Scippa

Scenografia: Marta Maffucci

Interpreti: Giampaolo Stella, Giuseppe Furlò, Giulia Coccellato, Filippo Timi, Stefano Accorsi, Valerio Mastandrea, Valeria Solarino, Zaira Amato, Anita Kravos, Michele De Virgilio, Giacomo Del Fiacco, Costumi: Lina Fucà, Francesca Tessari

Produttore: Gianluca Arcopinto, Domenico Procacci

Musiche: Evandro Fornasier, Walter Magri, Massimo Miride

 

Per Daniele Gaglianone ogni film rappresenta una sfida: produttiva, narrativa, estetica. Ruggine è la sua produzione più impegnativa e la sua opera con interpreti di primo piano del cinema italiano (Valerio Mastandrea, Stefano Accorsi, Valeria Solarino). In essa, Gaglianone fa confluire la poetica che ha reso speciale la sua filmografia popolata di bambini, famiglie proletarie, periferie sgretolate, personaggi feriti nella mente e nel corpo, contributi sonori che accentuano, con le loro distorsioni, lo stato di inadeguatezza, la precarietà, il dolore emanato da ogni inquadratura concepita da questo coraggioso autore.

La ruggine del titolo non è solo quella che incrosta le automobili in disuso, i vecchi capannoni abbandonati, le travi e gli oggetti accumulati in spazi poco lontani dai palazzoni popolari abitati dai bambini e dalle loro famiglie. È anche, e soprattutto, quella che, lentamente e inesorabilmente, si insinua sotto la pelle dei protagonisti e non li abbandona più, neanche in età adulta. Mettendo in campo una sfida spesso insidiosa al cinema, Gaglianone alterna, nel corso di tutto il film, due piani temporali: gli anni Settanta nei quali Cinzia, Carmine e Sandro sono cresciuti giocando in una anonima e assolata periferia urbana, e il decennio zero del nuovo millennio dove, in spazi altrettanto anonimi (un’aula per riunioni di insegnanti, un bar, un appartamento) di una città “quassù al Nord”, quei tre personaggi cercano di sopravvivere a una quotidianità problematica e all’impossibilità di eliminare gli antichi strati di ruggine. Perché accadde qualcosa di devastante e indicibile per tutti coloro che abitavano in quella periferia.

Gaglianone fa riaffiorare i fatti con costanti e fluidi passaggi temporali, grazie a un montaggio che pone sempre più in sovrimpressione il passato e il presente e a una gamma di scelte cromatiche e di uso della macchina da presa (camera a mano, carrelli, totali e primi piani) con cui rendere le diversità degli ambienti filmati e dei personaggi che, in maniera conflittuale, vi sostano. Come in uno specchio, il buio e la luce acquistano rilevanza nella storia di ieri e in quella di oggi. E come da uno specchio le immagini di prima e di ora si osservano e dialogano superando una configurazione in flash-backs che risulterebbe troppo semplicistica.

Relegata al passato, ma i cui comportamenti scatenarono l’orrore indelebile, c’è la figura che rende Ruggine una favola nera sulla perdita dell’innocenza. Il nuovo medico condotto è una sorta di Uomo Nero, incarnazione del Male che Gaglianone incastra nelle inquadrature come si trattasse di una sagoma, di un’ombra minacciosa oppure di un corpo arenato in una follia richiamante il melodramma e l’horror. In un film che, in poche scene con Cinzia, Carmine e Sandro adulti, descrive in maniera impietosa l’Italia di oggi sprofondata nella deriva morale e nella solitudine. Così, con coerenza e privo di lieto fine, Ruggine abbandona i tre amici d’un tempo, che non si sono mai più rivisti, sul vagone di una metropolitana, ognuno da solo e senza riconoscere gli altri.

Giuseppe Gariazzo

 

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